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Cercasi ministro degli Esteri disperatamente

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di Daniele Santi #Libia twitter@gaiaitaliacom #DirittiUmani

 

La Libia, un inferno per gli uomini giusti e anche per quelli che fingono di esserlo, una terra devastata dall’odio, dalle mafie e dalla tratta degli esseri umani, un inferno dove lo schiavismo è il quotidiano e dove imperversa il tiro al negro subsahariano che cerca fortuna in Europa, ne hanno ammazzati tre che stavano scappando sparandogli alla schiena – ma anche se non vuoi più partire e vuoi ritornare indietro, non è detto che ti riesca perché lavori fin quando non hai pagato “il soggiorno” o l’imbarco chedirsivoglia e poi ti sbattono sul gommone; insomma quella Libia lì è diventata, in uno degli ultimi discorsi dell’invisibile Luigi Di Maio, una specie di fiore all’occhiello della sua politica estera.

Già chiamarla politica estera è un azzardo. Ancora più azzardato è definire Luigi Di Maio un politico, che sia anche ministro degli Esteri è una di quelle cose delle quali il balbuziente Nicola Zingaretti dovrà essere chiamato a rispondere, politicamente, in tempi brevi. Anzi brevissimi. Nel più breve tempo possibile, insomma.

La strategia di questo governo sugli immigrati dalla Libia? È semplicissima: non c’è. L’unico punto fermo è l’appoggio alla guardia costiera di Tripoli, che ha appena sparato alla schiena a tre migranti in fuga. Per il resto nulla. Naturalmente se avessimo un ministro degli Esteri, sarebbe meglio. Ma sulla Libia l’Italia non ce l’ha”.

Citiamo Linkiesta che cita fonti del Viminale, ma non ne avremmo avuto bisogno.

Questa realtà editorialculturale, la nostra, che mai come in questo periodo ha fatto fatica a sopravvivere, ha prodotto e produrrà – non sappiamo ancora come, ma sarà così – una manifestazione chiamata Urla dal Silenzio, un festival teatrale itinerante composto da monologhi dove i migranti, quelli che riescono a resistere al ricordo e in prova scoppiano in lacrime ogni dieci minuti, raccontano l’inferno da casa loro all’arrivo in Europa. Storie di una crudezza e di una crudeltà indescrivibili, tant’è vero che essendo gli italiani il popolo che sono, spesso abbiamo dovuto decidere di non raccontare interamente la verità, per non correre il rischio di non essere creduti. Ricordate che nessuno credeva ai forni crematori di Hitler, n’est pas?

Ecco la spudoratezza della politica contemporanea, dove l’impreparazione e l’arroganza al potere sembrano volersi sostituire alla competenza, anzi si sono sostituite alla competenza, e dove la preparazione e il fare intelligente, quello alla D’Alema, per capirci e tanto per obbligarmi a citare un nome che non rientra affatto tra i miei ideali di politico, non è nemmeno in grado di salvare gli esseri umani. Il motivo è molto semplice: profondamente ai politici di oggi del benessere degli altri non gliene frega niente, figurarsi della vita o della morte di disperati che disperati sarebbero vissuti o morti comunque e comunque senza l’augusto intervento di Di Maio o Conte che sembrano scambiare al Serraj e Haftar come due marche di vestiti alla moda e non sanno decidersi sull’una o sull’altra… Ebbene la Libia è un mattatoio non è una griffe e il ministro degli Esteri dovrà cominciare a fare il ministro degli Esteri, anche se non si pretende che cominci a farlo alla vigilia delle ferie estive…

Non c’è però solo la Libia, e sorvolo per mancanza di informazioni certe sul caso diPatrick Zaki, c’è anche un Italiano di 33 anni morto suicida in Colombia, secondo la versione ufficiale delle autorità. Si chiamava Mario Paciolla ed è stato trovato morto nel suo appartamento in Colombia. Stava partecipando ad una missione delle Nazioni Unite e, riferisce la famiglia, dopo avere saputo qualcosa che forse non doveva venire a sapere aveva paura ed aveva già prenotato un volo di ritorno. Anche in questo caso dal ministro degli Esteri promessa di impegno per conoscere la verità, ma sono passati quindici giorni (Paciolla è morto il 15 luglio) e non si sanno nemmeno ancora i dati ufficiali dell’autopsia né se l’autopsia sia stata praticata. Pare si tratti di un problema di “tempi tecnici”.

Ed è inquietate il tweet del giornalista ANSA Maurizio Salvi.

 

 

Ed è spaventoso pensare che possa essere la verità. Anche perché pare molto difficile riuscire ad accedere alla verità che, come i tweet che pubblichiamo di seguito dimostrano, molti cittadini italiani vogliono.

 

 

Che Stato è quello stato in cui i rappresentanti non riescono ad accedere alla verità sui loro concittadini uccisi, scomparsi o suicidatisi in condizioni poco chiare? Come si può avere fiducia in governanti che non sono in grado di garantire il rispetto dei diritti umani fondamentali, la verità è uno di questi, né di impedire di passare sopra il diritto internazionale schiavi di mai dichiarati interessi personali e di carriera?

 

(30 luglio 2020)

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